Negli anni ’70 una leggenda metropolitana,
proveniente da New York, raccontava che a Roma stava
nascendo un nuovo stile musicale. Infatti,
all’epoca, il volo più cheap usato per andare in India era quello con
lo scalo a Roma. Una volta a Roma nessuno perdeva l’occasione di visitare
almeno il centro della Città Eterna.
In quegli stessi anni sotto i ponti del Tevere si
era soliti riunirsi per suonare, dopo il tramonto, approfittando del fatto che
sottoponte non si percepisce il trambusto della città, l’acustica è bellissima e il leggero mormorio del fiume sembra
quasi sincronizzare i ritmi.
Il ponte è in più un luogo di incontri, sottoponte si potevano incontrare musicisti
appartenenti alle più diverse aree di influenza; un jazzista, un
rockettaro, fricchettoni di cultura orientale e africana e visionari
psichedelici.
Nessuna discriminazione.
Chi era in partenza scendeva sottoponte
incuriosito e si fermava ad ascoltare, chi tornava scendeva con ogni tipo di strumento
per unirsi al gruppo e celebrare un ulteriore rito
propiziatorio in riva al fiume.
Così compariva un sitar,
un armonium, tablas, shannai,
santur, dijiridou e tutti si inserivano nella danza delle note.
Ecco come nasce “Ultrajazz”: dalla spontaneità e dalla suggestione
sciamanica di
alcuni spiriti liberi, aperti e vivaci.
Un tale genere musicale per poter sopravvivere ha
dovuto lottare (e forse dovrà ancora farlo) per superare sia le
difficoltà di organizzazione (in quanto gruppo
fantasma), sia la diffidenza dei conservatori, terrorizzati dalla
contaminazione.